Il presidente Aurelio De Laurentiis ha parlato nel corso di un incontro dedicato a imprenditori e top manager, sul tema della trasformazione del mondo dell’intrattenimento e delle nuove opportunità per le imprese.
"Io con il cinema ci sono nato. Il calcio, invece, l’ho conosciuto poco più di vent’anni fa, quando nel 2004 ho comprato il Napoli. Ragionavo così: se faccio un bel film e la gente viene, allora se metto insieme una grande squadra la gente mi seguirà. Oggi però non basta, perché il pubblico ha altre cento cose da vedere. Sia il cinema che il calcio non hanno più il monopolio dell’attenzione. Prima una partita fermava un Paese, oggi no. Quando produco un film non competo soltanto con gli altri film ma con Netflix, con una serie TV, con un videogioco... per il calcio vale lo stesso discorso. Sul campo dobbiamo battere l’Inter, la Juventus, il Milan, ma fuori dal campo devo conquistare l’attenzione di un ragazzo di quindici anni. Perché non abbiamo più il diritto di pretenderla. Dobbiamo conquistarla. Io lo vedo anche con i miei nipoti".
IL NAPOLI
Sul Napoli. "Quando l'ho comprato dovevo capire com'era stato possibile che una società con un pubblico del genere fosse fallita, e fare in modo che non succedesse più. Siamo ripartiti dalla Serie C1 e nel 2007 eravamo in Serie A. Poi siamo arrivati stabilmente in Europa, in Champions League, fino agli scudetti del 2023 e del 2025. La passione dei tifosi non l’ho creata io, io ci ho solo costruito attorno un’impresa capace di durare, perché purtroppo la passione non fa bilancio... non compra un calciatore... non costruisce un centro sportivo... non organizza una società. Bisogna creare valore. E qui il cinema mi è stato molto utile perché mi ha insegnato a scegliere le persone e mettere insieme competenze diverse. E poi avere il coraggio di prendere decisioni, talvolta impopolari. Perché se un imprenditore aspetta che tutti siano d’accordo con lui, probabilmente è già troppo tardi. In vent’anni, naturalmente, abbiamo anche sbagliato. Si sbagliano calciatori, allenatori, dirigenti, investimenti. Una società solida può correggere l’errore. Una società fragile può esserne distrutta".
IL MODELLO AMERICANO.
"Gli americani hanno capito da moltissimo tempo che lo sport è competizione ma anche spettacolo. Quando negli USA compri una franchigia, non stai comprando soltanto la squadra che scende in campo quella sera. Stai comprando un’organizzazione destinata a sopravvivere a generazioni di giocatori. Il club deve esistere per cinquanta, cento anni. E poi hanno degli stadi straordinari. Ecco, ma loro hanno capito che lo stadio non è semplicemente un campo con delle tribune intorno. Lo stadio è parte dello spettacolo. Deve essere bello, comodo, tecnologico. Deve avere ristoranti, negozi, servizi. Un posto dove una famiglia abbia piacere di passare alcune ore. Non posso dirle: tu sei tifoso, quindi devi venire. No. Io devo meritarmi il suo tempo".
CAMBIARE
"Se vogliamo fare riavvicinare i giovanissimi al calcio, cominciamo a chiederci che cosa li fa andare via. Ad esempio l’intervallo di 15 minuti. Vediamo di accorciarlo o perfino eliminarlo... Il ragazzino a casa mica sta fermo per un quarto d'ora, prende il telefonino, torna alla PlayStation, trova qualcos’altro da fare... e lo hai perso. I gol se li guarda dopo, negli highlights. Ma è colpa nostra, non possiamo pretendere che sia lui ad adattarsi alle nostre abitudini. Dobbiamo essere noi a capire le sue".

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