Il diesse azzurro Giovanni Manna concesse una intervista a "Colpi Da Maestro" nel mese di settembre. Quella chiacchierata è stata pubblicata oggi.
Ecco alcuni passaggi.
«Il mio percorso è stato un po’ particolare. Sono stato un giocatore modesto a livello dilettantistico... mi piaceva di più allenare. Nel pomeriggio seguivo i bambini e i ragazzi del settore giovanile. Il calcio ha sempre rappresentato una parte fondamentale della mia vita. Fortunatamente è diventato il mio lavoro...».
Il lavoro del diesse. «Spesso si tende a pensare che facciamo soltanto calciomercato, ma non è così. Il mercato è importante, naturalmente, e c’è un gruppo di lavoro che si occupa di osservare i calciatori. Tuttavia, il lavoro principale si svolge durante l’anno, a supporto dell’allenatore, della squadra e della dirigenza, confrontandosi anche con il presidente. Ci sono tante dinamiche e tante tematiche da gestire. Ridurre tutto al mercato è limitante».
Sul mercato del Napoli. «Oggi, a mercato terminato, i nostri tifosi non saranno contenti perché il tifoso vuole vedere il giocatore nuovo, scoprirli ed emozionarsi. Noi, però, dovevamo seguire una linea precisa. Dopo aver comprato tanti giocatori, dovevamo rispettare i nostri parametri. Abbiamo provato con un po’ di fantasia a trovare delle soluzioni in uscita, ma a un certo punto ci siamo trovati in una situazione complicata. Abbiamo preferito non percorrere strade tortuose, rischiando di farci male".
Su Allegri. "Quando sposa una causa dà tutto se stesso. Lo conosco perché abbiamo lavorato insieme alla Juventus e anche lì si è dedicato completamente al progetto. Pensiamo di poter disputare una buona stagione e di toglierci qualche soddisfazione, lavorando e arrivando fino in fondo. Vedremo».
Su Badiashile. «In difesa non avremmo voluto fare nulla... abbiamo provato a prendere Gila, ma non c’erano i tempi e le condizioni giuste, mentre il Milan è stato bravo e veloce a trovare un accordo con tutte le parti. Poi Buongiorno ha avuto un problema e a quel punto siamo dovuti tornare sul mercato. Badiashile ha le caratteristiche che cercavamo: struttura fisica e capacità di giocare con velocità. Quando lo acquistò il Chelsea era considerato un grandissimo talento. Ha attraversato un paio di anni complicati, ma bisogna assumersi dei rischi, soprattutto quando non è possibile sostenere un determinato tipo di investimento. Aveva le caratteristiche che ci servivano e pensiamo che, con il lavoro e la sua voglia di riscatto, possa darci una grande mano».
Su Favasuli. «L’anno scorso ha dimostrato di essere un giocatore pronto e di meritare un salto di qualità. C’erano anche altri nomi, compresi calciatori già in Serie A, ma lui mi ha colpito per la determinazione e la maturità mentale con cui si è approcciato al percorso ed è cresciuto. Cercavamo un giocatore che potesse essere inserito fuori lista e imparare da Di Lorenzo, perché in quella posizione abbiamo il nostro capitano. Secondo me, però, Favasuli potrà darci una mano. È un ragazzo interessante, un grande lavoratore e una persona umile: valori che, nel calcio moderno, non sono così scontati».
Il percorso prima di un acquisto. "Se un giocatore è bravo, a me piace parlarci personalmente. Ho incontrato quasi tutti i calciatori che abbiamo preso, in molti casi anche più di una volta. Devo capire che cosa mi trasmettono, quali sensazioni ed emozioni mi suscitano. A volte sono estremamente positive, altre volte rimangono dei dubbi. Ricordo che a gennaio abbiamo preso Santos un po’ a sorpresa, perché giocava poco. Quando l’ho incontrato aveva un sorriso enorme, che ti riempiva. Mi ha trasmesso qualcosa di diverso: ho percepito la sua voglia e il suo entusiasmo. Al di là dei numeri e dei dati, un giocatore deve lasciarti qualcosa, sia in campo sia fuori. Per me questo aspetto è fondamentale».
La cessione di Lukaku. «Quando l'abbiamo preso, abbiamo stipulato un contratto di tre anni. L’accordo con il Chelsea era un po’ complicato, perché il valore residuo del giocatore era molto più alto rispetto alla cifra del trasferimento. Il nostro programma era di tenerlo per tre anni, fino alla scadenza del contratto. Poi, purtroppo, le cose non vanno sempre come ci si aspetta. Ci siamo trovati a gestire una situazione complicata. Per noi era uno stipendio importante, soprattutto perché avevamo già fatto un investimento per sostituirlo con Højlund. Anche la cessione non è andata come speravamo, ma, in un mercato difficile, trovare qualcuno disposto ad acquistarlo è stato complicato. Siamo stati fortunati a riuscirci. Gli auguro il meglio, perché è un ragazzo che con noi ha vinto uno scudetto e ci ha dato davvero tanto».
Ancor asu Lukaku. «È stata una situazione complicata. I calciatori, come tutti noi, a volte pensano anche ai propri interessi. Lui aveva in mente il Mondiale, il recupero e la necessità di tornare a giocare. In quel momento, però, noi stavamo lottando per un obiettivo vitale, la qualificazione alla Champions League. Forse qualcosa si è perso per strada, ma sono situazioni che nel calcio possono capitare».
La Champions League. «Personalmente preferivo la vecchia formula, ma all’ultima giornata si arriva con tante situazioni ancora aperte ed è sicuramente più piacevole per chi guarda. Per noi arrivare ai playoff sarebbe già un risultato molto importante. Ci divertiremmo moltissimo».
Su De Laurentiis. «Non ti annoia mai. Va ringraziato perché sono arrivato a Napoli a 36 anni e, dopo il decimo posto, mi è stata data una possibilità incredibile. È stata una scelta importante e, per certi versi, anche un po’ folle. Ricordo che mi chiamò il dottor Chiavelli. Incontrai prima lui e poi il presidente. Quando mi chiamò, mi disse: “Lei mi ha fatto un’ottima impressione: o è veramente bravo oppure è un grande attore”. Gli risposi: “Al massimo faremo un film”».
L’esperienza in Svizzera, al Lugano, come direttore sportivo. «È stata la mia prima esperienza da direttore sportivo. Ho iniziato lavorando con Zdenek Zeman e ricordo che, durante una riunione tra novembre e dicembre, disse al presidente: “Basta, di calcio voglio parlare soltanto con lui”. Nel primo mese, infatti, non mi aveva praticamente rivolto la parola. È stata un’esperienza difficile. Ero giovane, avevo 24 o 25 anni e non sapevo bene come rapportarmi con lui. Poi mi ha studiato un po’ e, nel giro di sei mesi, siamo riusciti a trovare un’intesa. L’anno successivo abbiamo raggiunto il terzo posto e disputato il girone di Europa League, chiudendo con nove punti. Due anni dopo abbiamo ottenuto un’altra qualificazione europea. Tutto questo con uno dei budget più bassi. Siamo riusciti a creare una buona sinergia, prendendo giocatori dalla Serie B italiana, calciatori svizzeri di qualità e, ogni tanto, facendo qualche operazione a sorpresa».
Come si vive uno Scudetto da direttore sportivo? «È stato come vivere un sogno. È stata una stagione davvero difficile, con tanti problemi e tante situazioni complicate. Man mano che andavamo avanti e restavamo in corsa, però, cominciavamo a crederci. Non pensi mai davvero di poter arrivare fino in fondo. Poi abbiamo pareggiato a Parma, Lazio e Inter hanno pareggiato e noi abbiamo giocato l’ultima giornata di venerdì. La mattina della partita, mentre andavo in macchina al centro sportivo per la rifinitura, in città cominciavano a comparire le bandiere. In quel momento ho realizzato che forse stavamo davvero per vincere lo scudetto, al mio primo anno a Napoli. È stato un momento irripetibile».
Su Antonio Conte. «Quando ho firmato con il Napoli, nella mia testa c’erano Gasperini e Conte. Erano due figure forti. A 36 anni hai bisogno, tra virgolette, non tanto di protezione quanto di una persona con cui poter lavorare e costruire insieme. L’unità ti rende più forte e ti permette di spiegare al presidente determinate dinamiche e determinate scelte. Con Antonio mi sono trovato benissimo e lo ringrazierò per tutta la vita. Mi ha fatto vincere uno scudetto, che spero non sia l’ultimo, ma soprattutto uno scudetto storico. Mi ha insegnato tanto e mi ha fatto crescere professionalmente. Lavorare con un allenatore così esigente, determinato, appassionato e meticoloso, che non si accontenta mai, ti porta inevitabilmente a rendere di più. In quella stagione abbiamo dovuto anche vendere Kvaratskhelia, un’operazione che non è stata facile da gestire, e non siamo riusciti a rimpiazzarlo. Sono stati due anni importanti per me. Sarò sempre grato a Conte, perché mi ha dato una grande mano e, se abbiamo raggiunto risultati importanti, gran parte del merito è anche suo».
La scelta di Allegri. «Dopo Conte era importante avere una personalità forte, magari diversa, ma comunque riconosciuta dallo spogliatoio, dalla piazza e dal presidente. Dobbiamo cercare di valorizzare il lavoro fatto finora, che secondo me non si è interrotto. Quest’anno la squadra può ancora dare continuità a quel percorso, anche se probabilmente siamo arrivati alla fine di un ciclo iniziato con Spalletti. Credo che Allegri, dopo l’esperienza di Milano, abbia voglia di rivincita. È una persona che, a volte, mi sorprende per quanto venga messa in discussione. Penso abbia voglia di rilanciarsi, e la stessa cosa vale per noi, dopo una stagione condizionata anche dalla sfortuna. Speriamo che le cose vadano nella direzione giusta».
Che cosa vorresti dire alla città di Napoli. «Trasmettere un messaggio di fiducia e pazienza. Le scelte che abbiamo fatto non sono state pensate soltanto per l’oggi, ma soprattutto per il domani. A volte bisogna accontentarsi un po’ nel breve periodo per gettare le basi e continuare a lavorare come è stato fatto negli ultimi vent’anni, così da proseguire il percorso anche negli anni successivi. I tifosi devono avere fiducia e pazienza».
I migliori colpi di mercato, anche nel rapporto tra qualità e prezzo.
«De Bruyne? Devo fare una media tra le aspettative, il lavoro fatto per prenderlo e il rendimento. Oggi lo metto al quarto posto».
«Badiashile? Per il momento lo mettiamo in fondo, perché c’è ancora tanto lavoro da fare».
«Buongiorno? È stato il primo giocatore che ho acquistato al Napoli, quindi per me ha anche un valore emotivo importante. È un ragazzo a cui sono molto legato e lo metto sicuramente sul podio, al secondo posto».
«Spinazzola? È un altro ragazzo a cui sono particolarmente legato. Lo metto al terzo posto».
«Neres? Quinto posto».
«Lukaku?Sesto posto».
«McTominay? Numero uno».

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