Al format “My Skills” di DAZN, il portiere azzurro Milinkovic-Savic ha raccontato se stesso.
"Non sono nato solo per parare... perché in realtà ho cominciato segnando perché ho quella cattiveria giusta per farlo. Poi è scattato qualcosa in me e sono diventato uno che difende, un po’ come nella vita. Ero un attaccante incredibile, non lo immagini nemmeno... non la passavo mai... Oggi però la punta deve fare tantissimi scatti e corse, così ho scelto la porta: si corre decisamente meno".
La storia. "Arrivo da una famiglia di sportivi. Abbiamo sempre seguito nostro padre nei suoi spostamenti: siamo stati un anno in Portogallo e poi 5-6 anni in Austria. Parliamo diverse lingue, circa 4 o 5. Sergej non mi ha mai fatto gol, anche se ci ha provato. Tra fratelli c’è tanta rivalità, non glielo permetterei mai. Il mio portiere di riferimento è Abbiati: lo vidi in una partita ai tempi dell’Atletico e mi colpì tutto del ruolo. Per questo ho scelto il numero 32".
Caratteristiche. "Sono alto 2,03 e sfrutto molto questa caratteristica tra i pali. Dietro c’è tanto lavoro: mamma e papà erano sportivi e hanno inciso tantissimo. Mentre gli altri uscivano, noi andavamo a dormire perché il giorno dopo c’era allenamento. Spesso mi dicono che sono matto, ma in realtà sono normalissimo. Se in un uno contro uno mi tiri una pallonata in faccia sono contento, vuol dire che ho fatto una parata".
Il Napoli. "Puntavo ad arrivare a un certo livello. Non mi sono mai accontentato. Siamo qui per vincere: qualunque cosa faccia, voglio vincere. Un giorno, quando avrò dei figli, non li lascerò vincere nemmeno loro. Lo spogliatoio è fantastico, pieno di leader e di giocatori che danno tutto anche senza giocare. Tutti parlano e tutti ascoltano. Ci sono veri campioni. Quello azzurro è uno spogliatoio bellissimo".
L'allenamento. "Oggi il portiere lavora molto su tattica e possesso palla. Io mi sono sempre divertito coi piedi: dribblavo gli attaccanti ed è una lettura naturale per me. Giocavo molto alto, come un difensore centrale. Con le mani riesco a lanciare anche a 50 metri. Nei rinvii coi piedi metto il piede d’appoggio più distante, così posso piegare il ginocchio e imprimere più potenza. Mihajlovic aveva visto in me un talento nel calciare le punizioni e mi aveva dato il via libera per provarci se me la sentivo. Con Conte la vedo complicata (ride, ndr)".
La parata preferita. "Quella nell’uno contro uno, perché c’è una grande sfida mentale, e ovviamente il rigore. Quando ne pari uno ti senti un re. La pressione è tutta sull’attaccante, mai sul portiere. Psicologicamente è più dura per chi tira. Non cerco di distrarre il rigorista, credo nel fair play".

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