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Sarri: «Napoli ambiente unico. Scudetto? Parola impronunciabile. Vorrei conoscere Diego»

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Il tecnico azzurro Maurizio Sarri si racconta al Corriere dello Sport, partendo anzitutto da Maradona, che gli ha recapitato le sue scuse: «Per me è un idolo, un'idea del calcio. La dichiarazione che ha fatto mi ha emozionato. Ora il mio prossimo obiettivo è conoscerlo. Sarebbe un onore, per me».

INFANZIA. Sarri parla dell'infanzia, del padre che lavorava come gruista all'Italsider e della mamma camiciaia, del trasferimento a Figline nel 1964, dove lasciavano le chiavi di casa attaccate alla porta. Lì Sarri, da bambino racconta: «giocava per ore in strada al pallone con gli amici. Poi si andava all'oratorio», dove c'era Don Aldo che se serviva giocava con loro. «Era il cugino di Mauro Bellugi e questo aumentava la sua autorità in materia calcistica. E dove ha giocato Bellugi? Nel Napoli. Tutto torna... ».

GIOCO. Sarri gioca a pallone: «ho iniziato da difensore esterno, poi sono stato schierato come centrale. Ma, diciamoci la verità, non sfondavo, non ero un campione. Il massimo torneo in cui ho giocato era la serie D». E allora meglio andare in banca.

LA SVOLTA. A 31 anni gli chiesero anche di allenare: «Avevo trentuno anni e una certa predisposizione a organizzare e forse a dirigere. Pensi che una volta, con gli allievi del Figline, dovevamo giocare, la domenica mattina, una partita importante. Il sabato però l'allenatore litigò violentemente col presidente e si dimise. Per solidarietà con lui se ne andarono anche i dirigenti accompagnatori e tutti gli adulti. Per fortuna restò l'autista del pullman. Insomma andammo al campo degli avversari e io feci tutto, decisi la formazione, scrissi la nota e dissi all'arbitro che l'allenatore purtroppo non poteva esserci perché si era sentito male, una cosa assai seria, ed era restato in pullman. Faccio notare che avevo quindici anni e pure che poi la vincemmo quella partita...».

TECNICO. La passione per la panchina cresce presto allo Stia. «Mi piaceva molto più allenare che giocare. Passai al Monte San Savino e vincemmo tutti i campionati, passando dall'eccellenza alla serie C. Ma io ero diviso. Lavoravo in banca, mi occupavo dei cambi ed ero bravo. Manovravo decine di milioni e difficilmente sbagliavo operazioni. Avrei avuto una bella carriera, credo. E intanto avevo un buon stipendio. Ma allenare era infinitamente più bello. Parlai con la famiglia e decisi. Passai alla Sangiovannese, sempre in zona, nell'aretino».

CONTRO ALLEGRI. L'incrocio ci fu in Sangiovannese-Aglianese. Finì 0-0 senza neanche un tiro in porta. «Una noia mortale. Alla fine uno degli spettatori, che era anche un mio amico, gridò 'Se siete allenatori voi due... Con la Sangiovannese avevamo vinto la C2 ed eravamo terzi in C1».

NAPOLI. «Allenare qui è bello e duro. Le sensazioni che ti può dare la tifoseria sono uniche, un calore spettacolare. Ma è un ambiente umorale, tutto è positivo o tutto è negativo».

SCUDETTO. «Quella parola per me resta impronunciabile. Ricordiamo che veniamo da un 5° posto e teniamo i piedi per terra. Per volare c'è sempre tempo. Ci sono varie squadre che competono a pari livello. Posso dirle che io sono rimasto molto impressionato dalla Fiorentina».

FILOSOFIA. Sari spiega che il calcio richiede analisi, pensiero, riflessione e esperienza vissuta. «Ho studiato molto. In particolare il lavoro e le innovazioni di Arrigo Sacchi che è stato un vero rivoluzionario del calcio, e per questo mi piaceva». Sarri però ammette che il suo modo di pensare nel tempo è cambiato: «dieci anni fa ero più rigido, ora so che il bambino c'è in ogni giocatore non va mai spento. Non va mai represso l'aspetto ludico».

LIBRI. «Studio e consulto libri di calcio. Ma poi mi piace la letteratura: sono partito da Bukowski, poi sono arrivato a John Fante e ora sto divorando Vargas Llosa, che mi piace molto. Leggo Erri De Luca e Maurizio de Giovanni, che mi aiuta a capire ancora meglio Napoli».

SINGOLI. Dei giocatori che ha avuto in carriera, Sarri parla di Baiano: «Aveva una velocità di pensiero impressionante», di Reina: «Persona speciale, davvero molto intelligente. In campo e fuori», e Goretti: «si poteva parlare di tutto, anche di temi lontani dal calcio».

HIGUAIN. «Si diverte. Io lo stimolo a divertirsi. È un fuoriclasse ed è potenzialmente il giocatore più forte che io abbia mai allenato».

RUGANI. «Il giovane italiano più forte, ha una capacità di applicazione straordinaria. Lo feci esordire a 18 anni. Sarà un giocatore molto importante per il calcio italiano del futuro. Fra i ragazzi del Napoli Luperto è un ragazzo da tenere d'occhio».

TOP 11 di sempre: «Jascin; Djalma Santos, Thuram, Beckenbauer, Facchetti; Tardelli, Pirlo, Neeskens; Maradona, Van Basten, Cruyff. Allenatore Arrigo Sacchi».


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